Il 21 aprile 2022, nel porto di Taranto, dieci turbine da 3 MW ciascuna entravano in funzione e il Beleolico diventava il primo parco eolico offshore del Mediterraneo. Un impianto da 30 MW complessivi, 80 milioni di euro di investimento, capace di produrre oltre 58.000 MWh l’anno, ovvero il fabbisogno elettrico di circa 60.000 persone. Tre anni dopo, quell’impianto è ancora l’unico operativo in Italia. Nel frattempo, il paese ha accumulato 93 progetti presentati al ministero, oltre 132 richieste di connessione a Terna per un totale di quasi 90 GW di potenza potenziale, e un Pniec che fissa a 28,1 GW l’obiettivo di eolico totale al 2030. Traguardo che lo stesso ministero definisce difficilmente raggiungibile al ritmo attuale. Il divario tra potenziale e realtà racconta la storia di un settore bloccato più dalla burocrazia che dalla tecnologia.
Il potenziale teorico è straordinario. Il Politecnico di Torino stima in 207,3 GW il potenziale dell’eolico offshore galleggiante italiano, ovvero circa più del 60% del potenziale rinnovabile complessivo del paese. E le classifiche internazionali collocano l’Italia al terzo posto mondiale per sviluppo dell’offshore galleggiante. La ragione è geografica: il Mediterraneo è profondo, e i fondali italiani rendono impraticabile la tecnologia a fondazione fissa (quella dominante nel Mare del Nord), rendendo necessaria quella galleggiante, dove le turbine vengono ancorate al fondo con cavi. Ottantotto dei 93 progetti presentati usano questa tecnologia, con una distanza media dalla costa di 32,7 km. Puglia, Sicilia e Sardegna concentrano rispettivamente 26, 25 e 24 progetti. Il problema è che su questi 93 progetti, solo 4 hanno completato positivamente la valutazione di impatto ambientale (via), tra cui Barletta, Rimini, Ravenna e Trapani, per un totale di circa 2,2 gigawatt. La Via richiederebbe 175 giorni per legge, ma nella pratica, su un campione di 24 progetti, la media è di 340 giorni, il doppio. Su 2109 progetti rinnovabili avviati dal 2015, l’80% è ancora in fase di istruttoria tecnica.

Nonostante i ritardi, il decreto Fer2 prevede aste per 3,8 Gw di capacità offshore, e l’accelerazione politica è visibile. Il 4 luglio 2025, dopo anni di attesa, i ministeri delle Infrastrutture, dell’Ambiente e dell’Economia hanno firmato il decreto interministeriale sui porti hub per l’eolico offshore. Augusta (Siracusa) e Taranto come poli prioritari, Brindisi e Civitavecchia come porti di supporto. Il valore degli investimenti stanziati è di 78,3 milioni di euro in tre anni (2025-2027), finanziati dai proventi delle aste delle quote CO₂. I fondi copriranno dragaggi, ammodernamento di banchine, realizzazione di piazzali industriali e adeguamento logistico. Augusta mette sul piatto oltre 220.000 m² già disponibili, mentre Taranto ambisce a diventare il laboratorio europeo per la cantieristica offshore nel Mediterraneo, anche grazie ai fondali superiori ai 12 metri e ai collegamenti stradali e ferroviari.
Un’occasione per i porti italiani
Il punto chiave per il mondo portuale, e quello che rende questo tema di diretta rilevanza logistica, sta nella dimensione industriale dell’operazione. Una piattaforma eolica galleggiante di nuova generazione può superare i 300 metri di altezza complessiva e le 7.000 tonnellate di peso, con turbine da 15 Mw ciascuna. Assemblare, vare e trasportare questi oggetti richiede banchine di grandi dimensioni, fondali profondi, gru specializzate e navi di installazione – le cosiddette Wtiv (Wind Turbine Installation Vessel) – che sono tra le imbarcazioni più complesse e costose al mondo. Non esistono ancora strutture di questo tipo nel Mediterraneo, e costruirle è esattamente l’obiettivo del decreto porti. Uno studio della Sapienza presentato al Summit Anev del luglio 2025 stima che, con investimenti tra 10 e 20 miliardi di euro nella filiera.
“Il settore potrebbe generare fino a 60.000 posti di lavoro a tempo pieno in Italia con una catena del valore che include produzione di acciaio e cemento per le strutture, cavi sottomarini, ingegneria specializzata, logistica marittima e manutenzione”, racconta Fulvio Mamone Capria, presidente dell’associazione di categoria Assoaero. “Il concetto è che i porti hanno la necessità di diventare hub energetici, di decarbonizzare e di procedere in un ampio processo di innovazione. Alcuni di questi scali, con ampi tratti di mare davanti a loro e con spazi a terra utilizzabili per il montaggio delle strutture, hanno la possibilità di trovare un filone economico completamente nuovo, che risponde a numerose necessità e genera solo esternalità positive.” WindEurope stima che l’industria eolica europea necessiti di almeno 9 miliardi di investimenti nella supply chain, e negli ultimi due anni sono già stati annunciati nel continente oltre 11 miliardi in nuove fabbriche e ampliamenti.

Per i porti italiani, la posta in gioco è dunque doppia. Da un lato, Augusta e Taranto potrebbero diventare basi operative permanenti per la costruzione e il varo di impianti destinati a tutto il Mediterraneo, recuperando spazio e funzione industriale per scali che negli ultimi decenni hanno visto contrarsi i traffici tradizionali. Dall’altro, la logistica corrente per questo particolare settore è già oggi un tema critico. Le turbine di nuova generazione sono più grandi e pesanti di quelle del passato, e le componenti arrivano via mare nei porti ma devono poi raggiungere i siti. Per l’onshore questo pone problemi di viabilità stradale, per l’offshore richiede navi specializzate che devono appoggiarsi a basi portuali attrezzate.
Il rischio concreto che l’Italia corra, però, è quello di perdere anche questa finestra di opportunità per ritardi autorizzativi e mancanza di certezza regolatoria. Le aste Fer2 non sono ancora partite. Il quadro normativo sulle “Zone Economiche Esclusive” è ancora incompleto. La commissione tecnica Pnrr-Pniec, incaricata di valutare i progetti, è sottorganico. Se i concorrenti europei come Portogallo, Francia e Norvegia completeranno prima le loro filiere industriali per il floating offshore, l’Italia rischierà di importare componenti invece di esportarli, perdendo la rendita di posizione che la sua posizione centrale nel Mediterraneo le garantirebbe. Il titolo da scrivere, in questo momento, è ancora aperto: può essere quello di un’industria che finalmente decolla, o quello di un’altra occasione mancata.
Leonardo Parigi