Pitto (Fedespedi): “Guardiamo alle opportunità del momento oltre il pessimismo e la paura”

Il “Fear & Greed Index” della Cnn è uno degli strumenti più classici per tastare il polso degli investitori finanziari, in grado di leggere, attraverso la percezione del momento, fiducia o entusiasmo dei mercati. Mercati che inevitabilmente vengono influenzati dalla politica internazionale, dai conflitti e dall’incertezza, anche se ormai appare come una fisionomia degli ultimi anni a livello globale. In questo momento l’indice punta pericolosamente verso la paura, in attesa dei vari ordini operativi di Donald Trump, lato dazi, e delle contromisure della Fed (la banca centrale degli Stati Uniti) per bilanciare la possibile crescita inflazionistica. “C’è sicuramente una sensazione di grande incertezza”, commenta Alessandro Pitto, presidente di Fedespedi (Federazione nazionale delle Imprese di Spedizioni internazionali). “Gli analisti più accreditati ci dicono che c’è stato comunque un discreto aumento dei traffici e dei noli negli Usa, il che potrebbe darci due indicazioni opposte. Da una parte, potrebbe significare una grande fiducia nel mercato e nelle azioni economiche promosse dal governo, ma dall’altra ci dice anche che l’economia sta cercando di anticipare l’effetto dei dazi, molti dei quali probabilmente in arrivo a inizio aprile, cioè nei prossimi giorni”. 

“Un tema centrale, oltre alla questione puramente tariffaria, è quello dato dalle potenziali sanzioni che Washington punta ad applicare alle navi cinesi, o alle flotte che abbiano almeno una buona quota di scafi costruiti sulle coste di Pechino. Considerando che l’orderbook mondiale ci dice che oltre il 70% delle navi sono costruite in Cina, è facile capire per quale motivo ci sia forte preoccupazione”. Le possibili sanzioni americane andrebbero poi a replicarsi sui costi delle merci e sui noli? “Certamente, il che potrebbe spingere poi gli stessi Stati Uniti verso una nuova spinta di aumento dei prezzi. Per questo sappiamo che molte delle indicazioni politiche che arrivano in questa fase rispondono più a una visione strategica di posizionamento internazionale, piuttosto di una presa di posizione in ambito economico. Se anche la volontà fosse quella di stimolare gli investimenti interni per far tornare attiva la cantieristica navale statunitense, il tassello del costo del lavoro non può certamente essere lasciato a parte, visto che i costi complessivi sarebbero inevitabilmente diversi. Quindi, molte domande ma poche risposte chiare”. 

L’Unione Europea in questo momento ha una reputazione sicuramente non positiva, sia internamente sia a livello globale. L’ultima occasione di discredito arriva indirettamente dalla famigerata chat in cui i principali capi delle istituzioni di sicurezza Usa hanno organizzato uno degli attacchi missilistici contro gli Huthi, nello Yemen, venuta allo scoperto grazie all’errore di aver inserito nella stessa anche il direttore del giornale The Atlantic. Oltre alla mera questione di sicurezza e al tema centrale, risulta abbastanza chiara la visione dei vertici statunitensi rispetto all’Europa, vista come un’appendice parassitaria, debole, moribonda.

“Eppure, se torniamo in campo economico, l’Unione Europea è veramente un campione globale per quello che riguarda il mondo del trasporto e della logistica, visto che tutti i principali operatori, tranne la cinese Cosco, sono europei. Non penso che si arriverà a una guerra totale per i dazi, ma chiaramente anche l’Italia è molto esposta. Viviamo di export, e sappiamo che la nostra quota economica verso gli Stati Uniti è pari a circa 67 miliardi di euro, con un avanzo di oltre 43 miliardi. Una fetta economica molto rilevante, e nonostante queste grandi incertezze sappiamo anche che molti prodotti non sarebbero facilmente rimpiazzabili. Ma guardiamo la questione anche da un’altra prospettiva, e cioè quella dell’opportunità. Grazie al trattato Ceta, entrato in vigore nel 2017 in via provvisoria, gli scambi commerciali tra Ue e Canada sono aumentati del 60%. Certo che è un mercato decisamente più piccolo rispetto agli Usa, ma se ci ricordiamo bene, il trattato fu visto più come un rischio enorme per i nostri prodotti, che come una leva di crescita. Invece, i dati ci dicono che fu una buona soluzione, che potrebbe essere seguita presto anche da un analogo accordo con il Mercosur”. 

cina porto

E l’Italia, ha la possibilità di sganciarsi da una classica dinamica intercontinentale verso gli Stati Uniti? “Difficile ovviamente fare a meno, anche per quote, di un mercato come quello. Tuttavia, possiamo anche iniziare a guardarci intorno con maggiore intelligenza e coraggio”. A fine 2024 sono iniziati i lavori per il nuovo terminal container di Ndayane, in Senegal, che andrebbe a raddoppiare la capacità del porto di Dakar, portando il Senegal ad avere un terminal da 1,2 milioni di teu annuali. L’hub, dal costo di 1,2 miliardi di dollari, è promosso da Dp World, che indica un obiettivo da 2,6 milioni di teu complessivi, una volta finiti i lavori e con tutto il sistema a regime.

“Evidentemente il mercato è molto più ristretto rispetto ad altri continenti. Basti pensare al fatto che oggi l’Africa ospita il 18% della popolazione globale, ma pesa solo il 4% dei traffici marittimi. Se consideriamo però che entro il 2050 ospiterà il 26% della popolazione, se raddoppiasse il combinato disposto della crescita demografica e dello sviluppo economico, l’Africa potrebbe passare a 111 milioni di teu, dai 32 attuali, con una crescita del +244%. Sono ipotesi, ma sono anche idee per il nostro paese, che può espandere e potenziare ulteriormente il suo short-sea”. Temi che sono sul tavolo ma che non vedono oggi grandi riscontri, mentre la sostenibilità del settore sembra essere passata decisamente in secondo piano. “L’Unione Europea forse sta capendo che alcune politiche intransigenti non solo non pagano, ma che producono anche effetti disastrosi. Possiamo dimenticarci dell’atteggiamento di superiorità di Bruxelles, anche perché i numeri ci dicono che il mondo del trasporto marittimo europeo pesa solo per l’1% sulle emissioni globali. Farne una battaglia ideologica è miope, che ci siano normative come l’Ets o il Cbam o meno. Non si tratta di negare il cambiamento climatico o di non agire per la sostenibilità, anzi. Ma sono temi che vanno affrontati con saggezza e lungimiranza, senza caccia alle streghe”.

Leonardo Parigi