Ogni elezione che porta alla Casa Bianca un nuovo inquilino, implica inevitabilmente scossoni internazionali e nuove domande. Difficile però replicare l’impatto che le due elezioni di Donald Trump (oltre a quella mancata, esacerbata poi dall’assalto al Campidoglio) hanno avuto sulla politica internazionale e sull’economia. Ma Trump l’aveva annunciato ampiamente già nel corso della sua campagna elettorale, che avrebbe portato sulla scrivania dello studio ovale una lunga lista di dazi e tariffe. E oggi, con il timone del Congresso nelle sue mani, ha già minacciato e dato avvio a quella che potrebbe trasformarsi in una lunga e costosa guerra commerciale su scala globale. Molti analisti si azzardano a pensare che possa essere un bluff del tycoon per avere una nuova leva di scambio su altri fronti, ma la primavera ha tutto da dimostrare in termini di tenuta. E l’occhio cade inevitabilmente sui mercati finanziari, ai massimi storici da oltre dieci anni, alle prese però con le grandi incertezze del momento storico e con una sopravvalutazione di molti asset tecnologici.
Donald Trump, ha recentemente annunciato una serie di dazi su vari prodotti, tra cui alluminio, automobili e farmaci, con l’obiettivo dichiarato di proteggere l’economia nazionale e creare nuovi posti di lavoro. Questa mossa ha suscitato reazioni contrastanti sia a livello interno che internazionale, sollevando interrogativi sulle possibili ripercussioni economiche globali. Il 12 marzo Trump ha firmato un ordine esecutivo che impone dazi del 25% su tutte le importazioni di alluminio e acciaio, senza eccezioni iniziali per paesi come Canada, Messico o l’Unione Europea, sebbene l’Australia sembri aver negoziato un’esenzione. Questa misura è stata giustificata come necessaria per proteggere la sicurezza nazionale e l’industria statunitense.
Tuttavia, ha scatenato reazioni internazionali, con l’Unione Europea che ha annunciato contromisure su beni americani per 26 miliardi di euro a partire dal 1 aprile. Ma nonostante l’insicurezza dei mercati, che attendono ogni ordine esecutivo della Casa Bianca per capire come muoversi, Trump ha minacciato dazi del 25% sulle importazioni di prodotti farmaceutici, come parte di una strategia più ampia per incentivare la produzione interna negli Stati Uniti. L’obiettivo dichiarato è riportare la manifattura farmaceutica in patria. Gli analisti temono un impatto inflazionistico significativo, con costi aggiuntivi stimati in circa 40-50 miliardi di dollari all’anno, che potrebbero ricadere sui consumatori.

I porti statunitensi per primi sono molto cauti sulla nuova politica di Washington. Cary Davis, presidente e amministratore delegato dell’associazione americana delle autorità portuali (comprendente anche le authority di Canada, paesi caraibici e sudamericani) ha detto infatti che “Così com’è stata formulata, la proposta farebbe aumentare i prezzi per i consumatori e le imprese, sarebbe trasporti della nazione e non ridurrebbe il legame diretto dell’industria navale internazionale dai cantieri cinesi”. Clarksons Research ha calcolato che, nel 2024, sono stati quasi 37.000 gli scali portuali statunitensi effettuati da navi che potrebbero essere costrette a pagare una tassa fino a 1,5 milioni di dollari a causa del loro collegamento con la Cina, nel caso in cui la volontà della Casa Bianca prendesse piede.
Inizialmente, l’amministrazione degli Usa aveva minacciato l’imposizione di dazi sulle importazioni di automobili e componenti elettronici, come i semiconduttori. Tuttavia, sembra che ci sia stata una parziale retromarcia su alcuni di questi settori, con l’obiettivo di evitare un’escalation delle tensioni commerciali e possibili ripercussioni negative sull’economia statunitense. Questa situazione potrebbe innescare una guerra commerciale, con effetti negativi sul commercio globale e sulla crescita economica. Inoltre, settori chiave dell’economia statunitense, come l’industria automobilistica e tecnologica, potrebbero subire contraccolpi a causa dell’aumento dei costi delle materie prime e delle componenti importate. Parallelamente, emergono timori di stagflazione negli Stati Uniti, una situazione caratterizzata da crescita economica stagnante e alta inflazione. Allo stesso tempo, le tensioni commerciali possono frenare la crescita economica, creando un ambiente favorevole alla stagflazione.

I mercati emergenti, già sotto pressione a causa dell’apprezzamento del dollaro e dell’aumento dei tassi di interesse statunitensi, potrebbero affrontare ulteriori sfide a causa delle politiche protezionistiche statunitensi. Allo stesso modo, l’Europa osserva con preoccupazione l’evolversi della situazione, poiché le tensioni commerciali e le possibili misure di ritorsione potrebbero avere ripercussioni sulle esportazioni e sulla crescita economica del continente. Le recenti mosse dell’amministrazione Trump nel campo dei dazi, l’impennata dei prezzi dell’oro e i timori di stagflazione delineano un quadro economico complesso e in continua evoluzione. Investitori e policymaker dovranno monitorare attentamente questi sviluppi per navigare le sfide e le opportunità che emergeranno nei prossimi mesi.
Leonardo Parigi