Mari mossi e nebbia all’orizzonte

di Leonardo Parigi

Parafrasando il celebre motto di Mao Zedong, la confusione è grande sotto il cielo. Che sia eccellente o meno, resta da vederne l’evoluzione. L’incertezza dei mari regna sovrana, con ampie regioni intorno all’Italia in balìa di eventi e decisioni esterne. Ma la congiuntura economica non solo regge, ma cresce. Una discrasia che mette in crisi anche gli analisti economici e politici più esperti, e su cui di certo non ci impegneremo. Ma il punto cruciale resta la difficoltà di fare previsioni su tutti i settori, a partire dalla finanza. I mercati internazionali hanno iniziato a crescere in maniera vertiginosa già dalla primavera del 2024, nonostante una breve pausa a causa della prima strozzatura dovuta ai dazi imposti dall’amministrazione Trump, appena insediata, nel corso dei primi mesi del 2025. Da allora, la crescita non si è mai fermata. Nonostante la (doppia) guerra in Iran, nonostante le sempre peggiori prospettive economiche (leggasi: non finanziarie) sugli asset dell’intelligenza artificiale, e nonostante gli sconvolgimenti politici internazionali. Quello che sembrava un dato di fatto nell’ordine internazionale, semplicemente non è più.

La parziale chiusura di Suez e le difficoltà di transito per il traffico merci e passeggeri da e verso l’Asia non solo è peggiorato ulteriormente, con la guerra in corso in Iran, ma ha portato con sé anche nuove dinamiche di investimenti e crescita su regioni prima ai margini del trasporto. Il Venezuela è stata una parentesi, anche se storica, di questo 2026 in piena rivoluzione. E così i grandi scali intercontinentali di Dubai o Doha, centrali per i collegamenti tra i continenti, sono finiti sotto attacchi missilistici. Una possibilità impensabile, di cui però pare essere già passato l’effetto emotivo. E se il rallentamento del turismo c’è stato eccome, in termini di prenotazioni, il business ha ripreso a correre dopo poche settimane. Gli Stati Uniti si apprestano a celebrare un compleanno, il loro 250esimo, con tanta tensione e polvere sotto al tappeto. Pronta a riesplodere in quel Mediterraneo orientale e in quel Medio Oriente che Washington vorrebbe pacificato per trattato, e vincolato a essa per economia. Ma che dimostra ancora una volta come la realtà sia ben più complessa.

Sul fronte geopolitico e crescita economica, il riferimento più autorevole è il World Economic Outlook di aprile 2026 del fondo monetario internazionale (Fmi), intitolato significativamente “Global Economy in the Shadow of War”. L’Fmi ha tagliato le previsioni di crescita globale al 3,1% per il 2026, sotto le medie pre-pandemia, con rischi orientati decisamente al ribasso. Un conflitto più lungo, una maggiore frammentazione geopolitica, oltre a potenziali delusioni sulla produttività dell’intelligenza artificiale, o a nuove tensioni commerciali, potrebbero indebolire ulteriormente la crescita e destabilizzare i mercati finanziari. La Banca Mondiale, nel suo Global Economic Prospects, segnala che il conflitto in Medio Oriente ha innescato un aumento dei prezzi dell’energia e pressioni inflazionistiche, con rischi concentrati sulle economie emergenti e in via di sviluppo.

Sul fronte borse, il paradosso è plastico. Lo S&P 500 ha chiuso ad aprile 2026 oltre quota 7.000 punti, aggiornando i massimi storici nonostante lo Stretto di Hormuz fosse praticamente bloccato da fine febbraio, e nonostante l’Fmi avesse appena tagliato le stime di crescita. A marzo e aprile si era assistita a una correzione del 9%, seguita da un rimbalzo del 12% che ha portato l’indice a nuovi massimi storici a maggio. Il passaggio di petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz nella settimana dell’8 maggio era di sole 4 unità, contro una media settimanale di 102 navi. Un dato che Fidelity definisce potenzialmente “uno shock di lunga durata che il mercato sta trattando come temporaneo”. Negli ultimi sei anni, guardando il mondo dal centro del Mediterraneo, non abbiamo vissuto forse più di sei mesi di crescita stabile e costante. Dallo scoppio della pandemia alla guerra in Ucraina nel 2022, dal conflitto su Gaza alla totale instabilità delle prospettive, è lecito domandarsi quanto l'”età dell’oro” prospettata da Trump possa tramutarsi in realtà, e quanto invece possa diventare un incubo condiviso.