di Leonardo Parigi
«La guerra in Iran è praticamente conclusa, finirà presto». Donald Trump scrive così sul suo profilo Truth il 9 marzo, una decina di giorni dopo l’inizio dei bombardamenti sostenuti da Israele e Stati Uniti sul gigante persiano. Guardando a quella dichiarazione, c’è solo da augurarsi che non sia il post invecchiato peggio per quest’anno, visto che la situazione appare tutt’atro che risolta. Nel mentre, Teheran ha preso di mira tutti i partner regionali di Washington, mettendo sul tavolo decenni di preparazione all’eventualità che i due alleati potessero oltrepassare la linea di demarcazione dell’attacco all’Iran. Una pianificazione puntuale e molto approfondita, che ha consentito al regime di ricalibrare una guerra che, guardando ai numeri, potrebbe essere già terminata dopo poche ore.
Dal Venezuela al Golfo Persico, le tensioni internazionali non si placano. Con lo scenario ucraino sullo sfondo, lungi dall’essere risolto, e con una lunga lista di dossier su tutte le scrivanie del mondo. Uno su tutti, quello energetico. Giorgia Meloni fa visita all’Algeria il 26 marzo, perché il paese africano è un pilastro della strategia energetica italiana. Primo partner commerciale dell’Italia in Africa, e viceversa, l’Algeria porta in dote a Roma circa 20 miliardi di metri cubi di gas all’anno, grazie alla quarantennale collaborazione tra Eni e Sonatrach. Una partnership strategica che la presidente del Consiglio punta a rafforzare, coinvolgendo anche i settori dell’agrifood, dell’automotive e della difesa, ma soprattutto allargando e irrobustendo gli approvvigionamenti energetici che dall’Algeria puntano sull’Italia. Italia che non può restare in balìa delle decisioni che verranno – forse – prese in Pakistan, quando Stati Uniti, Israele e Iran dovrebbero incontrarsi per provare a trovare una quadratura in un cerchio assai complicato.
Sullo sfondo, l’arrivo di altri 3000 marines statunitensi per mettere pressione all’erede dell’impero persiano. Nel frattempo lo Stretto di Hormuz riapre parzialmente, inaugurando però una stagione di aumento notevole di prezzi al consumo, sia per gli idrocarburi sia per tutti i prodotti, alimentari e derivati. Centinaia le navi in attesa del passaggio, con gli operatori costretti (anche qui il condizionale è d’obbligo) probabilmente al pagamento di un pedaggio assai costoso, oltre che a tempi incerti, sicurezza scarsa e premi assicurativi legati al war risk ancora maggiori. Una tempesta che non si ferma al Golfo Persico, ma che attraversa la regione. Israele, a fine 2025, ha riconosciuto per primo il Somaliland come stato autonomo, e questo porta con sé ulteriori difficoltà. Perché la regione settentrionale della Somalia, ormai fratta da lunghi anni in tre diverse realtà, significa per Tel Aviv poter istituire una nuova base militare nell’area, tenendo quindi sotto tiro le forze Houthi in Yemen. La partita è tutt’altro che terminata.
Ma le ripercussioni economiche a cascata della guerra si stanno ora propagando ben oltre il Golfo, rimodellando i mercati globali delle materie prime, i sistemi alimentari, le catene di approvvigionamento industriali, le condizioni finanziarie e gli equilibri geopolitici, potenzialmente per gli anni a venire. Se il Qatar ha già comunicato che serviranno anni per tornare al pieno regime in fatto di fornitura di gas, e che ben il 30% della quota mondiale di fertilizzanti passa attraverso Hormuz, la prosecuzione dell’attività bellica nella regione significa un’impennata dei prezzi alimentari in vaste aree del mondo, con il rischio sistemico – ad esempio – di ritrovare scenari simili a quelli che diedero il via alle cosiddette “primavere arabe”. Sul dove, è facile intravedere non solo i paesi africani, ma anche India e sud est asiatico. Sulla magnitudo del problema, molto dipenderà dalle tempistiche di soluzione del conflitto. Uno shock strutturale per l’economia mondiale, che resta alla finestra per vedere non solo come, ma quando finirà. Sempre che sia una fine, e non un’ennesima tappa di un conflitto esteso ancora più ampio.